17 gen 2012

17 gennaio 2012


La giornata e' stata pigra e monotona fino al tardo pomeriggio, quando un profondo bisogno di muovermi mi ha spinta a proporre a S. una passeggiata per le vie di Chilakaluripet. Ha accettato con entusiasmo, anche lei dell'idea che un giretto ci avrebbe fatto bene dopo essere state sedute tutto il giorno.
Le strade erano stranamente buie. Solo i fanali delle moto e dei moto-tricycle illuminavano i nostri passi. Ma a noi poco e niente poteva importare: la chiacchiera italiana ci ha preso di brutto ed eravamo tutte concentrate nei nostri discorsi.
Per quanto confrontarsi con persone di altri Paesi mi piaccia moltissimo, l'opportunita' di parlare la mia lingua con una connazionale un po' mi mancava, se non altro per la possibilita' di usare sinonimi e contrari. Sara' una cosa stupida, ma a volte, davvero, ne avrei avuto voglia.
Abbiamo fatto un giro per il mercato ortofrutticolo, un contesto sempre parecchio interessante, pieno di profumi, colori, freschezza e genuinita', oltre che di personaggi che al meglio rendono alcuni stereotipi tipici di certi ambienti. S., armata di macchina fotografica (“Mai uscire senza qui in india!”), ha anche scattato un po' di foto.
Al rientro la cena era pronta: un vero e proprio banchetto, a base di pollo majestic, roti (un tipo di pane), un curry di cui non ricordo il nome e Kingfisher. Ci hanno proprio viziate. Grazie! Grazie! Grazie!
La voglia di chiacchierare ci ha fatto andare avanti a parlare a oltranza, nonostante avessimo in programma la sveglia alle 5 per andare con R.R. a camminare.
Tra le varie cose, visto che S. lavora in una ONG da 8 anni, mi sono fatta raccontare la sua esperienza. Da li' abbiamo parlato della figura del cooperante, spesso in viaggio, senza una vera e propria sede fissa, in poche parole con la vita frammentata qua e la', e della conseguente difficolta', nel lungo termine, di capire dove sia la propria vita e creare una realta' che sia “casa dolce casa” a tutti gli effetti. Si', forse e' complicato, a meno che non si riesca a vivere questa frammentarieta' come parte di un tutto. E' come pensare a un puzzle e a una foto. Il primo, prima o poi, rischia di rompersi in mille pezzi, la seconda no. Ma se il puzzle lo si fissa, pezzetto pezzetto, alla fine diventa come la foto, con in piu' l'arricchimento delle unicita' di ogni singolo pezzo e delle sue sfumature. Banale a dirsi, il come si vive tutto cio' dipende dal carattere e dagli obiettivi del singolo individuo.


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